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Il fenomeno del turismo sociale compare per la prima volta tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta del ventesimo secolo, ed è caratterizzato da attività di tipo turistico promosse da enti e associazioni senza scopo lucro in favore dei meno abbienti. Nel tempo il concetto si è evoluto ed oggi si contraddistingue per uno stile basato sulla sostenibilità ambientale ed economica e sul rispetto e la valorizzazione soprattutto delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo.

Nel 1996 la “Dichiarazione di Montreal” ha definito il Turismo Sociale come:

creatore di società: perché si qualifica come fattore di coesione sociale che, volendo garantire a tutti l’accesso alla vacanza, lotta contro le disuguaglianze e contro l’esclusione di chi appartiene a una cultura diversa, dispone di minori mezzi finanziari, ha capacità fisiche ridotte o vive in un area in via di sviluppo

fattore di crescita economica: perché può garantire un costante flusso di persone (turismo giovanile, familiare, della terza età, delle persone a mobilità ridotta) e di investimenti, assicurando, così, lo sviluppo sociale ed economico delle regioni e delle comunità locali

attore dell’assetto territoriale e dello sviluppo locale: perché promuove un miglioramento presente e futuro dell’ambiente di vita, in considerazione della peculiare attenzione rivolta alla conservazione e alla tutela del territorio e dell’identità delle popolazioni locali. Le mete turistiche, favorendo l’incontro del viaggiatore con la cultura e la storia dei luoghi di destinazione, vengono protette da un modello consumistico, del tipo usa e getta, e vengono ridotti al minimo gli aspetti negativi degli impatti sociali, culturali e ambientali prodotti dai flussi turistici

partner nei programmi di sviluppo mondiale: perché guarda alla solidarietà internazionale, richiedendo nuove e più ampie forme di cooperazione e di integrazione (gemellaggi, protocolli d’intesa, ecc.). Nella conferenza di Stoccolma, i programmi delle Nazioni Unite e la Conferenza di Rio hanno ipotizzato correttivi finalizzati a ridurre le disuguaglianze tra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo.
Il turismo sociale, oggi, non rappresenta più, esclusivamente, il turismo dei soggetti più deboli o delle categorie socialmente svantaggiate: l’attività turistica è organizzata dalle associazioni e dalle strutture non profit ed è rivolta a tutti i cittadini.
In Italia è ancora molto alta la percentuale di cittadini a cui è interdetto l’accesso al turismo: ciò è motivo di preoccupazione per le associazioni del turismo sociale che desiderano garantire la partecipazione di tutte le fasce della popolazione, in particolare dei giovani, degli anziani e dei diversamente abili, ai servizi turistici e promuovere un turismo rispettoso dell’ambiente, delle culture e delle popolazioni locali.
Oltre a realizzare le condizioni per la piena accessibilità fisica alle strutture ricettive e/o di svago, è però necessario dar vita a programmi di accompagnamento responsabile e di integrazione socio-sanitaria. La qualità nel turismo sociale è data infatti non solo dalla valorizzazione e tutela del patrimonio storico, culturale e ambientale, ma anche dalla soddisfazione dell’utente/consumatore: è necessario tenere conto delle sue esigenze, della funzionalità e dell’organizzazione dei servizi, della trasparenza dei contratti e anche della formazione continua degli operatori. Il nuovo paradigma di turismo sociale ha il fine di promuovere un turismo di qualità, non elitario, e considera ed integra sia componenti culturali che organizzative.

Gli adempimenti fiscali per il non profit
L’attività di organizzazione di viaggi e soggiorni turistici è realizzata da molte organizzazioni di volontariato e si differenzia dal punto di vista degli adempimenti fiscali secondo tre modalità:

Odv che organizza gratuitamente una gita come attività sporadica e complementare alle proprie attività, oppure come attività di ricreazione per utenti dell’organizzazione stessa. In questo caso non sussiste nessun problema riguardo alla natura contabile e fiscale dell’operazione, che non ha nessun rilievo ai fini fiscali.

Odv che organizza una gita come attività ricreativa per i soggetti utenti dell’organizzazione di volontariato, richiedendo un contributo. In questo caso se l’attività è di natura marginale rispetto al totale complessivo delle attività dell’ organizzazione, l’attività è lecita sotto il profilo amministrativo e fiscale.

OdV che organizza sistematicamente gite e viaggi, senza alcun legame o con un fragile legame con l’attività istituzionale. L’attività non è possibile per una Odv in quanto di natura commerciale, vediamo perché. La disciplina tributaria delle attività di gite e viaggi è contenuta nell’articolo 111 del TUIR al quarto comma che sancisce il carattere commerciale delle attività, nel caso in cui ricorra il presupposto del pagamento, da parte degli associati, di un corrispettivo specifico a fronte della prestazione dell’associazione. Tuttavia, i commi successivi dello stesso articolo – 4 bis e 4 ter – stabiliscono, invece, la non commercialità (e la conseguente non imponibilità ai fini delle imposte dirette sui redditi) dell’attività i organizzazione di viaggi e soggiorni turistici se ricorrono, congiuntamente le seguenti condizioni:
l’attività sia svolta da associazioni di promozioni sociale ricompresse dagli enti di cui all’articolo 3, comma 6, lettera e, della legge 25 agosto 1991 n.287 le cui finalità assistenziali siano riconosciute dal Ministero dell’Interno, da associazioni politiche, sindacali, di categoria nonché da associazioni riconosciute dalle confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese;
destinatari siano gli iscritti, associati o partecipanti anche di altre associazioni che svolgono la medesima attività e che per legge, regolamento, atto costitutivo o statuto fanno parte di un’unica organizzazione locale o nazionale e i tesserati delle rispettive organizzazioni locali o nazionali;
si tratti di attività complementari a quelle svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali. Quest’ultima condizione comporta la necessità di verificare in concreto che l’attività di organizzazione di viaggi e soggiorni turistici sia funzionale alla completa realizzazione degli scopi istituzionali. La norma fiscale di riferimento (che ha modificato l’art. 111 del TUIR) è l’articolo 5 del D.Lvo 460/97 (e relativa relazione illustrativa) che modifica la disciplina degli enti di tipo associativo. Dopo aver ricompreso le associazioni di promozione sociale tra le associazioni le cui attività possono beneficiare, in presenza delle sopraelencate condizioni, dall’esclusione dall’area della commercialità per l’organizzazione di viaggi e soggiorni turistici, viene confermata, come ben specificato nella relazione illustrativa al D.L.vo 460/97, l’originaria formulazione del comma 3, dell’articolo 111 del TUIR nella parte dell’area della commercialità soltanto le cessioni di beni o le prestazioni di servizi nei confronti dei tesserati di altre associazioni che svolgono la medesima attività e che facciano parte di un’unica organizzazione locale o nazionale.
Del resto l’attività di organizzazioni di viaggi e soggiorni turistici viene posta in essere da molte organizzazioni non profit in quanto ritenuta pienamente funzionale alla realizzazione delle attività delle organizzazioni stesse. Inoltre ai sensi dell’articolo 31 della legge 383/2000 le associazioni di promozione sociale sono autorizzate ad esercitare attività turistiche e ricettive, previa stipulazione di idonea polizza assicurativa. Inoltre, particolare di non marginale importanza, possono anche pubblicizzare le proprie iniziative, ma hanno l’obbligo di specificare che si tratta di iniziative rivolte ai propri associati.
Da non dimenticare, quindi, che l’articolo 111, commi 4-bis e 4-ter, rende quindi possibile l’organizzazione di viaggi e soggiorni per determinate categorie di enti non profit sopra elencati e tali attività risultano quindi “decommercializzate” (quindi di natura non commerciale ai fini delle imposte sui redditi ed escluse dall’area delle operazioni commerciali) ma risultano però rilevanti ai fini Iva come operazioni e come tali da considerare.

La normativa generale
La normativa circa l’attività di turismo sociale svolta dalle organizzazioni non profit trova il suo inquadramento nella legge-quadro n. 217 del 17.5.1983.
L’attività di turismo sociale da parte di una organizzazione può essere svolta (oltre ad appoggiarsi ad un’agenzia di viaggi, naturalmente) iscrivendosi ad una associazione nazionale di turismo sociale, così come recita l’articolo 10 della legge-quadro sopra citata: “Le associazioni senza scopo di lucro che operano a livello nazionale per finalità ricreative, culturali, religiose o sociali, sono autorizzate esclusivamente per i propri associati ad organizzare attività turistiche o ricettive. Le leggi regionali fissano i requisiti minimi omogenei e le modalità di esercizio per il compimento delle attività di cui al comma precedente, assicurando che le attività medesime siano esercitate nei rispettivi ambiti associativi”.
Quindi si evince che le attività turistiche realizzate anche da enti organizzazioni non profit come le associazioni di promozione sociale sono da ricomprendersi pienamente nella norma.
In ogni caso è necessario ricordare che l’organizzazione di viaggi è sempre da considerarsi attività di natura commerciale, anche nel caso in cui è svolta esclusivamente a favore dei soci. Il trattamento fiscale è espresso chiaramente nell’articolo 111 del Testo Unico delle Imposte sui redditi che sancisce chiaramente il carattere commerciale delle suddette attività nel caso in cui vi sia un pagamento specifico (come naturalmente avviene) a fronte dell’organizzazione del viaggio stesso.

I pellegrinaggi
Diverso è il caso dei pellegrinaggi. Infatti, non si è soliti inquadrare i pellegrinaggi in attività di carattere commerciale né tantomeno di carattere turistico ma piuttosto come attività di religione o culto e quindi totalmente ricompresi nelle attività di natura istituzionali degli enti. Per effettuare dei pellegrinaggi non dovrebbe quindi necessitare nessuna autorizzazione né tantomeno l’attività dovrebbe avere dei riflessi di natura fiscale.
Diverso è il caso in cui la parrocchia gestisce degli alloggi turistici quali le case-vacanza, case per ferie o strutture ricettive in genere. La parrocchia può naturalmente sia possedere sia gestire tali attività nel pieno rispetto però delle norme sia di natura amministrativa sia di natura fiscale.

Da un punto di vista amministrativo possiamo ricordare che l’attività può essere svolta senza le consuete autorizzazioni necessarie per l’attività alberghiera, fermo restando che vengano rispettati i seguenti requisiti:

tutte le attività turistiche ricettive siano svolte esclusivamente nei confronti dei soci delle stesse. Vale a dire non vi deve essere il requisito di “attività rivolta al pubblico” in quanto altrimenti assumerebbe tutte le caratteristiche di un’attività alberghiera o ristorativi;
che vi siano reali finalità di natura religiosa e sociale e che non sia un’attività turistica a prezzi contenuti;
che vi sia l’iscrizione ad una associazione nazionale di turismo sociale.
Restano naturalmente sempre valide tutte le caratteristiche volte a garantire l’igiene e l’incolumità delle persone fisiche quindi le norme relative alla pubblica sicurezza, la prevenzione incendi, la prevenzione infortuni, le norme di tutela sanitaria delle ASL, ecc.). Da un punto di vista fiscale si ritiene che tali attività siano di natura commerciale, fatti salvi alcuni aspetti specifici, quali: seminari di studio, ritiri spirituali, campi studio ed altre iniziative analoghe, che solitamente prevedono solo una suddivisione delle spese sostenute.